Il punto di vista del giudice: L'appello nel giudizio di separazione e di divorzio

Dal reclamo all’appello: le impugnazioni nei procedimenti per separazione e divorzioParte seconda: L appello camerale

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Riassunto


Il punto di vista del giudice: L'appello nel giudizio di separazione e di divorzio

La formulazione del recente art. 709-bis c.p.c.1, pone il problema di leggere l'espressione "Avverso tale sentenza è ammesso soltanto appello immediato che è deciso in camera di consiglio"2 in modo da combinarla con il libro secondo titolo III capo II che detta la disciplina generale (delle impugnazioni nel processo di cognizione, tra cui è quella) dell'appello.

Solo con questo riferimento alla disciplina generale dell'appello sarà possibile completare e rendere funzionante la nuova previsione (e coglierne a pieno le particolarità), in una prospettiva di adesione agli obblighi di chi è preposto a rendere effettivo il sistema normativo vigente3.

Come si introduce questo appello che "è deciso in camera di consiglio"? Ci sono termini da rispettare per l'introduzione di questo appello?

È possibile anche alla controparte (provocata) proporre un suo appello contrario? In che forma ed entro quali termini si può proporre appello incidentale? Esistono limiti ai temi da sottoporre al giudice d'appello?

Esistono limiti alla proposizione di domande nuove tramite l'appello? Esistono limiti alla richiesta di nuove prove che sia avanzata con l'appello?

Porre queste domande è già - con evidenza - fare un confronto tra nuova figura normativa e disciplina generale dell'appello data nel libro secondo del codice: perché senza questo confronto non si vede la necessità di stabilire (anche qui) una forma vincolata qualunque per la proposizione dell'appello principale o in sua opposizione (appello della controparte: cfr. art. 333 c.p.c.); non si vede perché mai dovremmo immaginare (anche qui) l'esistenza di termini di decadenza; non ci sarebbe ragione per escludere (qui) che fosse possibile porre qualunque motivo a fondamento dell'appello; qualunque interessato potrebbe pensare di essere (qui) autorizzato ad appellare o a intervenire in un appello altrui; ogni mezzo idoneo a convincere dell'esistenza dei fatti affermati o della inesistenza dei fatti negati sarebbe (qui) banalmente utilizzabile, purché non illecito4.

Si tratta, in effetti, di obbedire al dovere di applicare la legge (processuale) ad essa attribuendo il solo significato che è proprio delle parole e della loro connessione nel testo di legge, in ragione dello scopo attribuibile al legislatore (art. 12 disp. sulla legge in generale, preposte al codice civile).

Tutto ciò credo che non sia avvenuto (o non sia avvenuto nel modo giusto) nella giurisprudenza quando questo stesso specifico tema fu posto agli interpreti dalla legge 6 marzo 1987, n. 74, che modificò l'articolo 4 della prima legge italiana sul divorzio5, introducendo la statuizione innovativa che "L'appello è deciso in camera di consiglio". Regola solitaria, senza nessuna precisazione ulteriore6.

In dottrina fu proposta subito una lettura della novità che appare (anche ora) pienamente rispettosa dei principi sopra richiamati:

Errerebbe chi pensasse che il legislatore abbia qui voluto prevedere il rito camerale. La legge, infatti, non dice che la sentenza è impugnabile con reclamo ex art. 739 c.p.c., né che l'impugnazione si propone ai sensi dell'art. 739, bensì che l'appello è deciso in camera di consiglio. Quel che cambia, dunque, rispetto a ieri, è la decisione in camera di consiglio, non il mezzo per impugnare la sentenza, che è tuttora l'appello, il quale, ovviamente, si deve proporre davanti alla corte di appello, nei trenta giorni dalla notifica o nell'anno dal deposito della sentenza, con nomina dell'istruttore e rimessione al collegio: il novum

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